6 Novembre 2004

Four More Years

Fortunate Son. George W. Bush, Jr. (o come amano dire i politologi americani Bush 43) è senz’altro uno dei personaggi più inetti che siano mai stati chiamati ad un incarico elettivo, non solo in America, ed è evidentemente solo il frontman di un gruppo di potere, i vari Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Rove. Eppure, ora lo sappiamo, entrerà nella storia americana come un personaggio rivoluzionario, così come il reazionario Reagan è già ricordato come un “padre della patria” e come non era riuscito al padre, Bush 41.

Al crocevia di un momento storico esterno ed interno Bush, che venne eletto per una manciata di voti rubati nel 2000 senza sapere esattamente cosa fare della presidenza, ha gestito e gestirà uno spostamento di potere, demografico e politico, dagli stati del nordest di tradizione atlantica e del midwest industriale agli stati del sud, siano essi il vecchio Dixieland contadino che vive nel ricordo della Guerra Civile o le nuove frontiere economiche come il Texas, l’Arizona, il Colorado. Anche la ricca ed ecologista costa del Pacifico (California, Oregon, Washington) deve ancora riprendersi dall’era della new economy clintoniana in cui sembrava che il futuro dell’America fosse tutto Silicon Valley, Seattle e i mercati dell’Asia.

Motore ed effetto di questo spostamento di baricentro epocale è la crescita di un ceto medio ripiegato su sé stesso, indifferente a quello che accade al di fuori degli Stati Uniti, o addirittura della propria contea, che non ha mai abitato nei grandi centri urbani o li hanno lasciati negli ultimi anni. È da notare che se anche Bush avesse conquistato gli stessi stati del 2000 (ne ha guadagnati 2, Iowa e New Mexico, e perso 1, New Hampshire) avrebbe comunque avuto più voti elettorali per via della crescita di popolazione al Sud, e a questo va aggiunta la mobilitazione avvenuta tra i suoi elettori.

I cristiani tradizionalisti, o più specificatamente gli evangelici, sono l’espressione più estrema di questa nuova maggioranza, pronta non solo a chiudersi a riccio di fronte all’avanzare del “mondo moderno” ma a contrastarlo apertamente, soprattutto sulle questioni sociali e sessuali che l’America ha liberato e poi diffuso nel mondo nella seconda metà del XX secolo: family values, al contrario, è la loro parola chiave. Questi conservatori sono “concentrati” negli stati del sud e dell’ovest, ma la parola a questo punto suona ironica perché sono i cosiddetti liberal ad essere arroccati sulle coste insieme al ceto medio urbano. Basta vedere questa cartina in cui i risultati delle presidenziali sono divisi per contea (grazie ancora una volta a www.electoral-vote.com).

Presidenziali 2004, risultato per contea

Dal punto di vista politico il cambiamento è soprattutto drammatico per quel che riguarda gli stati del Sud: solidamente democratici per gran parte del ‘900 anche per via dell’associarsi del Partito Repubblicano a Lincoln e all’opposizione alla schiavitù (strano paese, l’America), la macchina del partito ha consentito la presa dei Democratici sul Congresso per molti anni, eleggendo peraltro politici molto più moderati della media nazionale. Ma ora che una generazione di vecchi notabili è passata la Georgia, l’Alabama, il Tennessee si trovano a votare per chi condivide gli stessi valori “morali”, cioè i Repubblicani, anche se i loro Stati ancora nel XXI secolo avrebbero bisogno di investimenti e di politiche federali espansive che rialzino il loro reddito, più che di preghiere. È la rottura di un equilibrio sociale che in un certo modo originava nel New Deal di F.D. Roosevelt e che grossomodo era sopravvissuto.

Temo che per via di queste dinamiche le elezioni del 2004 siano state un punto di non-ritorno: la sconfitta dei Democratici è stata totale, una vera disfatta di cui in fondo la sconfitta di Kerry è l’aspetto più prevedibile e meno preoccupante. Ma se la presa sulla Camera dei Repubblicani era impossibile da cambiare (per le dinamiche demografiche di cui sopra, corroborate da una buona dose di gerrymandering), il Partito Democratico aveva una speranza di riprendere il controllo del Senato in cui per anni la maggioranza era stata appesa ad un seggio in più o in meno. Da un lato una generazione di politici del Sud, ambiguamente democratici (come Zell Miller in Georgia) ma popolari, avrebbero lasciato i loro seggi, ma dell’altra i Repubblicani avevano messo in campo più di un candidato debole. Si sperava quindi di impattare, o di guadagnare qualcosa.

Non è andata per niente così: mentre gli Stati del sud hanno voltato le spalle ai Democratici eleggendo tutti repubblicani (anche nel seggio che era del candidato vicepresidente Edwards in South Carolina), in South Dakota è stato trombato nientemeno che Tom Daschle, il capogruppo democratico che quel seggio teneva da un ventennio, e in spregio ad alcune delle norme di “buona creanza” che regolano la vita del Senato. In Kentucky è stato perfino rieletto il settantenne Bunning nonostante evidenti segni di decadimento mentale e in Alaska la signora Lisa Murkowski a cui il seggio era stato regalato dal padre governatore… Anche la Louisiana ha eletto un senatore repubblicano per la prima volta da quando si fanno elezioni per i senatori. A questo aggiungiamo la vittoria in Florida (al posto di un democratico) del durissimo cubano Mel Martinez, che non potendo diventare presidente conclude qui la sua scalata politica e quindi terrà quel seggio per vent’anni, e il panorama è desolante, con la sola vittoria di Barack Obama in Illinois a dare un po’ di speranza, ma che al tempo stesso sottolinea l’impossibilità per i Democratici di vincere al di fuori delle aree urbane.

La vittoria repubblicana al Senato, che potrebbe essere l’inizio di un controllo destinato a durare a lungo, oltre ad essere importante di per sé e garantire un passaggio tranquillo a tutte le iniziative legislative di Bush porta con sé il potere enorme che la camera alta del Congresso ha in materia di approvazione delle nomine presidenziali. Infatti non solo non vi saranno intoppi se Condoleeza Rice dovesse spostarsi ad altro incarico (nessuno le chiederà cosa trovasse di poco chiaro in un memo intitolato “Osama bin Laden vuole colpire all’interno degli Stati Uniti”), ma il Senato approverà le scelte della Casa Bianca per i nuovi giudici della Corte Suprema: il presidente (Chief Justice) William Rehnquist è gravemente malato e morirà o si dimetterà presto, così come altri degli ultra-settantenni giudici della Corte.

Questo darà la possibilità all’amministrazione Bush di nominare dei giudici ultra-conservatori che condizioneranno la politica americana per molti anni a venire, in quanto il loro mandato è a vita (Rehnquist fu nominato giudice da Nixon e presidente da Reagan…) e sarà loro cura smontare una a una le libertà civili costruite negli ultimi venti e trent’anni, a partire dalla libertà di aborto sancita dalla decisione Roe contro Wade del 1973. Non appena una maggioranza apertamente conservatrice avrà preso il controllo della Corte fra 2-3 anni, la decisione sarà ribaltata e gran parte degli stati potrà di nuovo vietare l’aborto nel proprio territorio, che in pratica resterà legale solo nel nordest e in California. Ovviamente, non c’è ugualmente nessuna speranza che la legittimità della pena di morte in America sia messa in discussione per molti anni a venire (non è nemmeno stato argomento di campagna elettorale), e le frenate su questi terreni di parti del Partito Repubblicano non sono molto credibili, vista la maggioranza conservatrice ed evangelica che ha preso il potere all’interno del GOP.

Insomma, se Bush è stato eletto una prima volta senza sapere molto bene cosa fare della sua presidenza, ora è stato rieletto alla Casa Bianca con un mandato chiaro da parte dei conservatori, in un momento non solo di problemi internazionali ma anche di cambiamenti nel tessuto sociale americano da guidare e condizionare: qualcuno potrebbe pensare che sia un segno del destino, l’uomo giusto nel momento giusto. Dio non voglia che anche lui abbia questa impressione.

Scritto da alessio alle 15:17
1 commento

Molto interessante e molti complimenti… mi chiedevo, però, che ci azzeccano i cristiani evangelici col sostegno alla pena di morte. Non mi pareva che l’ideale dell’inviolabilità della vita fosse solo cattolico, e d’altronde tu stesso dici che questi conservatori sono contro l’aborto.

Spedito da MG55, 6 Novembre alle 15:43